Leggendo vari testi riguardanti il tema dell’urbanesimo risulta evidente riconoscere la periferia come un fenomeno tipico della città contemporanea, legato all’inurbamento e alla rivoluzione industriale (Aymonino 1971, Benevolo 1963, Sica 1977). E più precisamente alla seconda rivoluzione industriale, databile a partire dalla metà del XIX secolo quando la scoperta e l’utilizzazione di nuove fonti energetiche rendono convenienti altre localizzazioni produttive, non più strettamente dipendenti geograficamente dalla localizzazione delle fonti di approvvigionamento delle materie prime.
La crescita demografica, le trasformazioni nell’agricoltura e il conseguente esodo rurale, la costruzione delle prime ferrovie che rendono più agevoli i trasporti ed i trasferimenti, concorrono a determinare, assieme alla concentrazione delle industrie e quindi dei posti di lavoro, il progressivo inurbamento di grandi masse di popolazione.
Uno degli elementi determinanti della crescita urbana ottocentesca, è la rottura dell’equilibrio tra città e campagna anche se l’Europa rimane essenzialmente rurale fino allo scoppio della prima guerra mondiale.
L’incremento demografico è differente da paese a paese, in Gran Bretagna oltre all’anticipazione cronologica anche l’intensità dell’incremento è maggiore. E’ qui infatti che intorno al 1850 metà della popolazione risiede in città, mentre in Francia per raggiungere questo rapporto si dovrà attendere ancora un secolo. Diverso è il caso dell’Italia dove il forte sistema urbano, costituito da piccole città di antica origine, consente di concentrare già nei primi anni del secolo il 30 % della popolazione (Hohenberg e Lees 1987).
A causa della struttura della città, l’impatto dell’industrializzazione è dirompente, modifica e deforma la città ; dapprima attraverso fenomeni di densificazione degli spazi ancora disponibili all’interno del perimetro edificato e quindi con l’espansione al di fuori delle mura e delle barriere doganali.
Oltre alla crescita demografica è la diffusione dei motori a vapore e la realizzazione delle prime linee ferroviarie che rendono possibile questa espansione, l’estensione della città procede di pari passo con lo sviluppo dei trasporti e Londra ne costituisce l’esempio più famoso.
La formazione della periferia quale parte aggiuntiva della città si configura quindi come una risposta alle quantità crescenti di popolazione inurbata. I suoi connotati fisici e sociali presentano in Europa alcune invarianti nonostante le diversità geografiche e localizzative: frattura con il nucleo urbano preesistente e diradamento delle densità edilizie rispetto ad esso, assenza della nozione di tessuto e scarse qualità abitative, degrado sociale e monofunzionalità, predominanza del ceto operaio e delle categorie economicamente più deboli della popolazione.
L’accezione " negativa" del fenomeno è esplicita anche nelle forme lessicali, che concordano nell’attribuire al termine di periferia un significato di marginalità (Devoto-Oil 1972, Battaglia 1986, Robert 1973), "complementare, subordinato e antinomico a quello di centro" (Piroddi 1989). Il suburbio anglosassone nasce e si forma quale luogo di residenza agiata, per le famiglie aristocratiche ma anche per il ceto medio, al contrario di quanto accade sul continente dove la classe dirigente continua a preferire posizioni centrali o storicamente prestigiose e allontana le classi subalterne in quella periferia che diventerà ben presto sinonimo di disagio abitativo ed esistenziale.
La complessità del fenomeno periferia non ne consente una definizione agevole e sistematica, sebbene immediata sia la sua identificazione percettiva come distacco dalla città consolidata . Disordine e casualità, mancanza di coesione e disgregazione del tessuto edilizio, indeterminatezze dei margini, monofunzionalità prevalente costituiscono i principali connotati negativi di una realtà quantitativamente consistente, la cui espansione non sembra destinata ad arrestarsi nonostante la relativa stabilità demografica.
La situazione periferica in sé non esprime necessariamente condizioni insediative a valenza negativa, soprattutto per quanto riguarda le espansioni recenti di città piccole e medie. Vi si riscontrano infatti superfici residenziali più ampie, spesso abitazioni unifamiliari con giardino, garage e spazi accessori, minor traffico, miglior esposizione e soleggiamento, una composizione sociale più articolata e una prevalenza di famiglie giovani, valori immobiliari più contenuti che nel centro città. Questi punti a favore investono tutti lo spazio privato mentre è lo spazio di relazione e quello connettivo in genere, ad accusare forti carenze strutturali e morfologiche.
Questo spazio informe non è ne città ne campagna. Dietro la sua facciata romantica, la periferia non ha ne l’ordine naturale di un grande parco ne l’ordine artificiale della città storica. Non riesce ad essere campagna perché è troppo denso, non riesce ad essere città perché non è abbastanza denso ed organizzato (Chermayeff, Alexander 1968).
Quando arrivi lì non c’è un lì, lì che ben esprime il senso di vuoto, di non definito e di indefinito che ben trasmettono le zone di periferia. (Gertrude Stein). La mancanza di identità del luogo, e per conseguenza la sua non riconoscibilità rientra fra quelle carenze morfologiche sopra elencate e contribuisce a formare una situazione di malessere e di non appartenenza.
Il carattere predominante dell’ambiente moderno è monotono: se una qualche varietà ancora persiste, dipende in genere da elementi ereditati dal passato. la "presenza" della maggior parte dei nuovi edifici è molto debole. I sintomi indicano in genere una perdita del luogo. La maggior parte degli edifici moderni esiste in un nulla senza alcun rapporto con il paesaggio o con un insieme urbano coerente (Cristian Norberg-Schultz).
E’ forse questo l’aspetto fin ora meno esplorato del luogo periferia rispetto a quello da più tempo dibattuto e analizzato da urbanisti e sociologi, inerente al sistema abitativo alla dotazione di standard e di servizi. L’impegno da assumere in tale direzione è consistente e di facile soluzione perché si tratta non di restituire qualità e identità a luoghi che ne sono stati privati quanto piuttosto di conferirne ex-novo a luoghi che non ne hanno mai posseduta.
Rispetto al ciclo di vita urbano misurabile nell’arco di secoli, la periferia si trova in una fase che può essere considerata ancora iniziale o di avvio. La sua morfologia è ancora incerta, frammentata, priva di una struttura portante in grado di esprimere punti di coagulo, di riferimento, di riconoscibilità. Essa è il frutto di un periodo di recente espansione che ha manifestato la maggiore intensità alla fine del secolo scorso e nella seconda metà di quello attuale. La risposta ad uno sviluppo troppo rapido e dipendente esclusivamente dalle necessità del momento ha comportato pesanti conseguenze che si chiamano quartieri dormitorio, zone industriali, grandi assi di comunicazione che si chiamano barriere, anonimi centri commerciali come unici elementi di vitalità.
La città antica, non è del tutto estranea al dualismo centro-periferia anche se espresso in forma concettualmente diversa. Le città medioevali sono organizzate secondo uno schema accentrato dominato dalla cattedrale e si integrano funzionalmente con la campagna attraverso la fascia intermedia del suburbium, dove si attua fisicamente lo scambio con il contado. La costruzione celle mura nella seconda metà del duecento rompe questo equilibrio e sancisce la posizione dominante della città rispetto al territorio. All’interno delle mura si modificano i rapporti spaziali e si afferma, nel corso del quattrocento, una struttura policentrica determinata da una pluralità di centri di potere. Parallelamente l’emergere di un’economia di produzione accentua il divario tra ricchi e poveri che comincia a manifestarsi sul piano spaziale con zone di accentramento e zone di subordinazione gerarchica (Simoncini 1974).
In questo periodo la contrapposizione tra costruito-città e non costruito-campagna, pur delimitando un dentro e un fuori, non è assoluta come tra pieno e vuoto, in quanto sono presenti, soprattutto nelle vicinanze dei centri maggiori, agglomerati a carattere agricolo e artigianale che si addensano attorno a conventi e a latifondi lungo i principali tracciati di comunicazione.
La seconda fase dell'evoluzione della città, si può definire la fase industriale: l'impatto dell'industrializzazione sulla struttura urbana si manifesta appieno durante la seconda metà del XIX secolo quando giungono a compimento i processi di saturazione dell'impianto preesistente. Ai laboratori e alle manifatture che avevano già occupato tutti i lotti liberi all'interno del perimetro urbano si aggiungono ora, altri insediamenti industriali che trovano più conveniente avvicinarsi ai mercati urbani in quanto favoriti comunque dallo sviluppo delle comunicazioni su rotaia. Sotto la spinta della crescita demografica ed economica, l'edificato raggiunge la cinta muraria e la supera, imponendone la demolizione per far spazio ad un nuovo assetto funzionale e rappresentativo legato ai bisogni emergenti della borghesia ottocentesca, spesso coincidente in molte città con l'apertura dei viali di circonvallazione che si trova a sancire il passaggio dalla struttura antica a quella nuova ratificando di fatto l'instaurarsi della contrapposizione centro-periferica (Aymonimo 1977).
I processi di crescita della città si attuano con due modalità differenti e spesso concomitanti: le trasformazione le addizioni. Le prime investono il vecchio nucleo per adattarlo alle nuove funzioni commerciali e di rappresentanza attraverso interventi di demolizione, risanamento e viabilità; le seconde riguardano l'annessione dei terreni situati ai bordi dell'area già urbanizzata attraverso l'assorbimento delle preesistenze e la formazione di corone insediative aggiuntive.
Le fabbriche più grandi, per bisogno di spazio o per razionalizzare gli impianti, cominciano a localizzarsi ai margini del costruito lungo i grandi assi di comunicazione stradali e ferroviari. Quelli che una volta erano villaggi rurali separati dalla città, per l'effetto congiunto dell'apertura di nuove strade e della riduzione dei tempi di percorrenza, si trovano ora ad essere inseriti nel suo stesso ciclo produttivo con ripercussioni sul loro immediato sviluppo nonché sul loro immediato destino. La crescita avviene in modo lineare e progressivo lungo i percorsi di uscita della città mentre gli interstizi si colmano solo ed eventualmente in momenti successivi (Hohenber e Lees 1987).
La terza fase ,si sviluppa nell'arco di questo secolo ed è caratterizzata in maniera prevalente da un trasferimento di quantità insediative dalla periferia al territorio. La città tenta di organizzare le sue addizioni in forma distaccata dalle corone precedenti facendo ricorso a nuovi insediamenti di tipo nucleare, spesso autosufficienti per quanto riguarda i servizi, senza per altro sottrarre funzioni primarie al centro città (Piroddi 1989).
A partire dagli anni trenta e, con rinnovato impegno, negli ani cinquanta e sessanta si intraprende una politica di razionalizzazione e riequilibrio del territorio con l'obiettivo di arginare e controllare la crescita urbana a macchia d'olio.
L'ultima fase dello sviluppo urbano, è quella attualmente in corso a partire dagli anni sessanta, periodo in cui possiamo far risalire le prime iniziative della cosiddetta "ricentralizzazione delle periferie" proseguita attraverso il trasferimento di funzioni centrali verso l'esterno. Il fenomeno trova la sua origine nel fatto che il centro è ormai saturo di attività e ormai congestionato per la sua stessa configurazione, mentre l'insorgere di nuovi requisiti localizzativi sembra favorire aree più esterne con precise caratteristiche tra cui facilità di collegamento, la qualità del sito, la disponibilità di ampie superfici.
Si potrebbe tentare una qualche similitudine con la seconda fase dell’evoluzione quando la ferrovia svincola la localizzazione delle fabbriche dalla prossimità alle materie prime. Oggi l'innovazione tecnologica e lo sviluppo della telematica facilitano l'instaurarsi di nuove centralità e, anche se il predominio di altri centri rimane incontrastato, soprattutto per il valore storico e simbolico da essi rappresentato, si assiste ad un trasferimento significativo di funzioni in aree e luoghi finora considerati periferici. Il diffondersi delle tecnopoli si configura come un tipico prodotto di questa quarta fase: si tratta di aree, appunto periferiche che, per qualità ambientale, efficienti collegamenti nazionali ed internazionali, concentrazione di attività direzionali, si trovano a svolgere quel ruolo ormai escluso al centro città. Parallelamente si assiste ad una diffusione della riconversione e del riuso, in termini urbanistici, produttivi ed edilizi, tali da poter sostenere che il concetto di modificazione sia la condizione operativa e culturale di questo ultimo scorcio di secolo (Gregotti 1984).