ESPOSIZIONE PROCESSO PROGETTUALE

 

1.1 - Premessa metodologica

Figura 1 - Progetto di Arco simbolico all'E42 a Roma (arch. A. Libera, 1937/40)

"Lo scopo del mio lavoro è quello di creare un progetto di specie che come dice Jurgen Habermas è molto vicino ad un codice genetico naturale in quanto capace di produrre una serie infinita di individui unici ma appartenenti ad una specie; una specie compositiva/evolutiva che trasla su un nuovo piano il modus operandi progettuale".

Questo iter progettuale mira a trovare diverse possibilità per la realizzazione di uno stadio che possa rispondere a determinate funzioni da me prefissate.

Lo stadio, ovvero l'occasione per concretizzare la mia esperienza progettuale che ho sviluppato durante il mio corso di studi attraverso la metodologia del prof. Celestino Soddu e della prof.ssa Enrica Colabella, si pone come un progetto di specie e quindi come una serie illimitata di eventi architettonici accomunati da uno stesso DNA. Inizialmente ero indirizzato verso una analisi schematica di vari tipi di stadi per studiarne le varie forme e funzioni e successivamente realizzare una tipologia "standard". Ho riflettuto però sul fatto che questo tipo di approccio sarebbe stato errato a priori, poiché non si sarebbe basato su un ragionamento di ipotesi operative ma avrebbe comportato una inelasticità del sistema e, quindi, una non sperimentazione, una chiusura viziosa che avrebbe finito per condurmi ad una catalogazione e ad una semplificazione formale attuata in maniera non corretta dal punto di vista metodologico: "È infatti impossibile, ed impensabile, produrre complessità direttamente, extemporaneamente, senza attivare ed attendere l'evoluzione di un processo dinamico" .

Per questo la composizione della mia logica costruttiva ha avuto avvio attraverso un'attenta determinazione di un sistema operativo che mi permettesse di abbandonare la categoricità di una eventuale tipologia e che ragionasse, invece, sullo sviluppo morfogenetico del progetto.

Il momento iniziale è stato fortemente permeato dalla mia soggettività che, via via, si è andata assottigliando e depurando di perentorietà, per sfociare in un campo preponderatamente intersoggettivo. Il catalizzatore di questo percorso, l'evento da cui poi addurre, per meglio focalizzare gli obiettivi, è stato lo stadio "F. Ossola" della mia città, Varese.

Questa scelta è dettata dal fatto che lo stadio di Varese non versa in ottime condizioni, anzi, da quando la locale squadra non milita più nei gironi alti del campionato di calcio, lo si è lasciato andare in degrado. Lo stadio era già stato costruito con l'idea di renderlo polifunzionale con diverse possibilità di manifestazioni, ciclismo, atletica, calcio.

"Il progetto di morfogenesi ( lavora sul divenire ) è attuato empiricamente, mediante piccoli passi di esperienze successive, seguendo la propria soggettività ma verificando sperimentalmente che questa proceda verso una capacità di risposta plurima, complessa e intersoggettiva."

Il progetto che sto elaborando necessita della costruzione di una logica e di una riconoscibilità compositive. Per raggiungere tale fine mi sono dovuto porre due obiettivi : la costruzione di una struttura evolutiva capace di rispondere progressivamente ai miei bisogni concettuali  ed una dinamica di progressiva acquisizione di complessità che favorisca simultaneamente la crescita di capacità adattiva e di risposta del progetto.

Il primo passo per poter intervenire sulla forma-stadio è stato quello di suddividere l'oggetto stadio in vari elementi al fine di determinare la costruzione di un paradigma interpretativo che evidenzi le continue stratificazioni di più elementi che contribuiscono ad individuarne l'evento architettonico :

- tribune

- anelli

- pilastri

- scale

- settori

- coperture

- spazi per le attività sportive.


Figura 2 - Tavola elementi compositivi

L'analisi di tali elementi è stata possibile grazie ad una metodologia adduttiva che mi ha consentito di catalogare e successivamente di addurre al mio progetto nuove possibilità tecnico-formali di realtà già esistenti.

Queste varie parti vanno successivamente ad assemblarsi creando diversi tipi di skyline, anch'essi impostati secondo un' interpretazione soggettiva del rapporto tra stadio e ambiente. Si tratta pertanto della costruzione di un paradigma forma-funzione che contestualmente permetta di essere rivisto in base a contingenze progressive, in previsione della sopravvivenza e validità del modello e della sua capacità di risposta in evoluzione. L'evento artificiale è stato quindi visto da me come un elemento in forte dialogo con il contesto, anche perché deve fungere da interfaccia tra soggetto ed ambiente ed inoltre come un evento in grado di non creare una rottura all'interno di una qualità ambientale altamente permeata di una propria identità, ed in grado di reagire positivamente alla dilatazione delle potenzialità, non omologandosi sulla base di valori fissi dati a priori : "L'evoluzione della specie (ed in parallelo della complessità ambientale) non frantuma la riconoscibilità dell'ambiente, non omologa la sua immagine sulla base di standard precostituiti di ottimizzazione, ma , amplificando le potenzialità endogene, diviene supporto essenziale, così come storicamente è sempre stato, per l'incremento di idoneità, il mantenimento dinamico del genius loci".






 

1.2 - Genius Loci

" Le idee sono concetti che progettano il mondo, hanno valore euristico per il progresso conoscitivo " .


Figura 3 - Teatro di Taormina - III-II sec. a. C.

Per poter progettare una struttura così complessa come uno stadio oltre alla notevole importanza di una conoscenza tecnico-normativa riguardante le attività sportive era altrettanto indispensabile inserire la stessa all'interno di una collocazione spazio-ambientale.

E' stato quindi per me essenziale vedere il progetto come una attuazione concreta all'interno di una dimensione esistenziale e ho dato a tale termine lo stesso significato attribuitogli da Christian Norberg-Schulz nel suo volume Genius Loci (Electa, 1986).

In altri termini mi sono proposto di analizzare soggettivamente il luogo, così unico nel suo carattere ambientale.

E' stato di rilevanza enorme l'instaurare un colloquio diretto con il luogo che avrebbe dovuto 'ospitare' l'evento architettonico scaturito dal mio iter progettuale, in modo tale che vi fosse un palese interscambio, una sensazione di non differenza ma di continuità evento-intorno.

Infatti, è proprio l'ambiente naturale circostante la chiave di lettura di tutto il progetto. Varese, che ha l'appellativo di "Città giardino", gode ancora di numerose aree verdi, e la zona in cui sorge l'attuale stadio è ai margini della città, dove la città stessa confina con le propaggini dei boschi del "Parco del Campo dei Fiori ". Questa prima informazione mi aiuta a creare una prima idea di stadio, che non può essere quella di una struttura colossale e di grave impatto ambientale ma di un progetto che possa "miscelarsi" nell'ambiente circostante senza disturbare la tranquillità del vicino parco.

I fondamenti della caratterizzazione di Varese come luogo, sono da me soggettivamente individuati nella coesistenza naturale artificiale in maniera non competitiva, ma integrante, vista come totalità complessa di elementi in equilibrio e, al tempo stesso, in evoluzione.

Ho letto questo contesto ambientale come un sistema dinamico, nel quale la sua ricchezza viene intrinsecamente collegata a proprietà spaziali particolarmente personali.

Infatti la città è evidenziabile da una struttura spaziale diversamente integrata, con andamenti differenti in base alle varie zone considerate.

Il centro storico si pone come un singolare ambito, caratterizzato da spazi in cui strade, vicoli e stretti penetrano settori che poi sfociano in piazze, androni e cortili. Tale area è percorribile a piedi e dà alla città un senso di scoperta progressiva, di piccoli fulcri con passaggi che gradualmente fanno apparire il centro come una zona fortemente densa, dove il 'cuore' ideale, permeato altamente dallo spirito della città, è a mio parere la zona compresa tra il Broletto e la chiesa di S.Vittore.

Il centro di Varese è perciò da me soggettivamente assunto come l'anima stessa della città, in cui portici di differenti epoche, antichi e moderni sono la particolarità più evidente.

Il contesto circostante al centro viene ad essere costituito dalle storiche 'Castellanze', che lentamente si sono ampliate e dove a fatica si riesce a trovare spazi liberi attraverso il costruito.

Mentre il centro è composto da spazi differenti che si fanno penetrare a fondo, le aree 'nuove' della città non mantengono tale capacità, ma suppliscono a ciò tramite un movimento di salita-discesa tipico delle stesse e che si fa spazio nella variazione e frammentarietà degli spazi stessi.

Quindi non siamo in presenza di ambiti a sè stanti, ma di unità differenti che si integrano e collaborano per costituire un tutto e non un individuale.

Accanto a questa 'anima spaziale' credo che numerosi edifici storici, religiosi, civili, torri e monumenti, si impongano nello spazio dinamico contribuendo ad arricchirlo e, a volte, ad interromperlo quali eccezioni; allo stesso modo gli elementi naturali come il lago, la vegetazione o i monti.

Gli individui, io stesso, tornano spesso a ripercorrere gli spazi del centro per avere una riaffermazione dell'identità della città, la quale aiuta a ritrovare la conferma di immagine, del genius e della riconoscibilità che, probabilmente, sarebbe afferrabile in proporzioni minori nelle strade ampie e nell'edificato della città nuova.


 

1.3 - Universo di adduzione

Fondamentale per il proseguimento dell'iter progettuale, è l'immaginario di riferimento, ovvero tutte quelle immagini che si riconducono ad una mia idea di stadio. Infatti ho attuato un processo di adduzione da eventi appartenenti al mondo della natura o dei manufatti umani, in modo tale da individuare altri elementi che possano rispondere alla stessa logica compositivo-formale o tecnologica.

Questo momento, all'interno del mio percorso di scoperta da progettista, è stato particolarmente contaminato da una sorta di indecisione sul come operare le scelte, poichè queste stesse sono fondamentali e sono gli input per l'avvio del tempo progettuale, anche se non sono obbligatoriamente delle scelte immutabili, dato che l'immaginario risulta essere in continuo mutamento.

La costituzione di un quadro di immagini quindi non vuole essere un ambito rigido e statico : "in altre parole le forme che questo catalizzatore stimola non devono necessariamente essere conservate nel progetto. Possono essere solamente delle forme di transizione e, come tali, accettabili anche se non specificatamente pertinenti al risultato che si vuole raggiungere" ; queste forme possono dare un aiuto per giungere ad una stratificazione, ad un aumento di complessità.

Ho quindi determinato una scelta soggettiva all'interno di questo processo di adduzione ed ho suddiviso tali catalizzatori in base a differenti ambiti e contesti: quello del 'naturale', come un vigneto o una conchiglia, quello 'storico', come un anfiteatro greco o il Colosseo, quello dell' uso 'quotidiano', come un cappello, un contenitore, un salvagente.

Ho ragionato anche su un tipo di immagine compositivo-tecnologica, al fine di giungere ad uno stadio polifunzionale mediante un successivo immaginario di riferimento chiamato "tecnologico" per costituire, con tecnologie e concetti semplici e di facile applicazione, una mobilità della struttura-stadio per raggiungere l'obiettivo prefissato della polifunzionalità. Un esempio particolare di tali immaginari, è l'ombrello, il quale a seconda di come lo giriamo, può rappresentare una concavità divisa in settori, o una copertura che può avvicinarsi all'idea di tenso-struttura.

Si tratta dunque di possibili e plausibili alternative da cui io, soggettivamente, do inizio alla progettazione, attraverso dei fattori reagenti che costituiscano il mio campo di riferimento e che rispondano a delle esigenze di base e alla mia idea di architettura.

L'interpretazione soggettiva di tali ambiti è così identificabile:

 

Terrazzamenti per vigneti

Avvallamento naturale

Colosseo

Teatro Greco

 

Scatola

Salvagente

Ferro di Cavallo

Coperchio pentola a pressione Lagostina


 

1.4 - Lettura evolutiva

Nel 1783 E.J. Monchablon nel Dizionario compendioso d'Antichità ( Napoli, 1783) definisce così il termine "stadio" : "antica misura itineraria. Lo stadio degli Ebrei era di quattrocento braccia, cioè di circa cento-quattordici pertiche, misura di Parigi : quello de' Greci comprendea cento-venticinque passi geometrici, ovvero solamente, secondo alcuni, cento-tredici. Stadio era parimentre presso i Greci il nome che si dava al sito, ove gli atleti si esercitavano tra essi alla corsa, e a quello, ov'eglino combatteano seriosamente per il premio. Come l'arringo, o il campo destinato ai giuochi atletici non avea da principio che uno stadio di lunghezza, egli prese il nome della sua propria misura, e si chiamò lo stadio, o sia ch'egli avesse precisamente questa estensione, o sia che fosse molto più lunga ; e fu compreso sotto questa denominazione non solamente lo spazio, che solea scorrersi dagli atleti, ma ancora quello che occupavano gli spettatori de' giuchi ginnici. Il luogo ove combatteano gli atleti, si chiamava Scamma, perché era più basso e più affondato del restante".


Figura 21 - Circo Massimo - V sec. a.C.

Luogo per spettacoli cruenti, gare e parate, il circo romano ricalca pienamente le forme dell'impianto dell'ippodromo greco cui viene aggiunta una spina architettonica centrale. Il circo Massimo può essere considerato una delle prime grandi costruzioni per spettacoli di massa dove quasi duecentomila spettatori potevano assistere a combattimenti tra gladiatori e con le belve, come dimostra l'incisione del XVIII secolo qui riprodotta


Figura 22 - Naumachia - I sec. d.C.

Tra le varie manifestazioni di massa dell'antica Roma la naumachia era senza dubbio una delle più avvincenti e spettacolari. Svoltesi in un primo tempo in piccoli laghi artificiali, le naumachie vennero poi ospitate negli anfiteatri che venivano riempiti d'acqua. I gladiatori trasformati per l'occasione in agguerriti marinai, combattevano su due flotte di navi simulando una vera e propria battaglia navale o imitando i più celebri scontri della flotta romana.

Sempre nello stesso dizionario, è interessante leggere alla voce "anfiteatro" : "questo era un vasto edifizio di figura rotonda o ovale, destinato agli spettacoli de' gran giuochi, come de' Gladiatori, delle cacce, de' combattimenti di bestie feroci contro de' colpevoli ecc. Da principio gli Anfiteatri furono di legno, costruiti solo per il tempo, che doveva durare lo spettacolo di cui si trattava ; ma in seguito se ne fece di pietra. (...)

Ne restano ancora oggidì delle ruine che sorprendono ; e chiamasi ora il Coliseo, per corruzione da Colosseo, perché un tempo stava vicino a questo Anfiteatro una statua Colossale di Nerone. La parola Anfiteatro è composta da due parole Greche, le quali significano vedere ugualmente da due lati opposti. (...)

Il mezzo, o piuttosto il fondo dell'Anfiteatro era un terreno piano e spazioso, tutto coperto di sabbia, che nominavasi l'Arena da cui i combattenti venivano pure alcune volte chiamati Arenarii. (...)

Lo sporto del muro, che attorniava l'Arena, si chiamava Podium. Là erano collocati i primari Senatori e i principali Magistrati. (...)

Chiamavansi Precinctiones questi ultimi ordi di gradini, e Vomitoria le perte, per le quali si entrava a prendervi i posti, perché la moltitudine del popolo sembrava vomitata da queste porte. (...)

Come l'anfiteatro era a scoperto, per prevenire l'incomodo dei raggi di sole o del cattivo tempo, si sospendeano per tutta la sua estensione delle tele, ch'erano qualche volta di seta.

Figura 23 - Colosseo - I sec. d.C.

Con questo nome viene chiamato nell'alto medioevo l'Anfiteatro Flavio di Roma, monumento e simbolo della città per antonomasia. Il Colosseo sintetizza in modo paradigmatico a grande scala il tipo architettonico dell'anfiteatro, forma architettonica prodotta dal mondo italico. Un'arena ellittica, luogo per lo spettacolo, è circondata da una serie continua di gradonate digradanti ; è questo l'archetipo dei grandi stadi moderni per ospitare gli spettacoli sportivi di massa.

Nel Dizionario enciclopedico di architettura e urbanistica ( Roma, 1969 ) alla voce "stadio" troviamo riportato quanto segue : "dal latino stadium, greco , corda di misura tesa. Antica unità di misura lineare usata dai Greci, pari a 600 piedi e corrispondente a m. 177,60 nel sistema antico e a m. 184,85 in quello alessandrino.

Definisce anche l'intera attrezzatura di gara ricavata in pendii naturali nel mondo greco, appositamente costruita in quello romano, e particolarmente sviluppata nel mondo moderno, con la creazione di strutture in cemento armato. (...)

Lo stadio romano era più vasto, costruito parte in pietra e parte in legno e veniva adoperato per gare diverse, contemplando un'andata e un ritorno : era quindi diviso longitudinalmente da una "spina" che separava i percorsi ( stadio di Nerone e di Domiziano a Roma )."

Figura 24 - Ippodromo di Pessimus - II sec. d.C.

Interessante esempio architettonico di fusione tra due diverse tipologie di edifici per lo spettacolo, l'impianto di Pessimus accosta al tradizionale ippodromo il teatro greco. Due forme architettoniche compiute si fondono armonicamente a costituire una sorta di centro polivalente per ospitare grandi spettacoli di massa sia sportivi, sia di carattere culturale ; un'anticipazione del carattere polifunzionale degli stadi moderni.

Architettura moderna

Stadi di sport in genere, stadi di tennis, stadi di nuoto, stadi della neve, ecc., si dicono oggi quelle costruzioni che sviluppano attorno al campo di gara una più o meno grande quantità di spalti e gradinate per gli spettatori e sono dotate di tutti i servizi necessari al pubblico e agli atleti. Nei casi in cui la costruzione dello stadio deve essere congiunta a quella di altri edifici sportivi occorrenti per le manifestazioni olimpiche internazionali, la moderna tecnica urbanistica segue il concetto di situare la costruzione dello stadio entro parchi pubblici nel cuore della città, allo scopo di alleggerire il gravame delle comunicazioni e dei servizi pubblici in genere.

L'orientazione dello stadio viene determinata dalla natura dei giuochi che in esso si devono svolgere, ma generalmente il suo asse maggiore è orientato all'incirca secondo una direttrice NS. o anche NNE-SSO. con uno scarto che di solito non è maggiore di 15°- 18°.

Le forme dello stadio moderno non differiscono molto da quelle delle similari costruzioni antiche. In molti casi lo stadio moderno deriva dallo schema ellenico classico formato da due rettilinei paralleli tronchi da un lato e congiunti da un semicerchio dall'altro (diaulo), oppure voltati in curva dalle due parti ; in altri è foggiato secondo la forma ellittica propria degli anfiteatri romani e in altri invece secondo la forma circolare. Alcuni di questi sono totalmente incassati nel terreno, approfittando di acclivi naturali per sistemare le gradinate ; questa conformazione alcune volte è predisposta artificialmente con scavi e riporti di terre. In questo caso si è risolto abbastanza facilmente il problema dell'afflusso e deflusso del pubblico, che avviene sempre dall'alto e lungo tutto il perimetro esterno.

La forma planimetrica più adottata è quella che segue ancora i criteri di praticità universalmente riconosciuti all'Anfiteatro Flavio. La forma di ellissi allungata, i disimpegni che si formano sotto le strutture portanti fanno delle costruzioni di questa forma il tipo che più di ogni altro risponde a esigenze pratiche ed estetiche.

Attualmente la tendenza nei progetti dei nuovi stadi è quella di creare grosse strutture, completamente chiuse da grosse coperture rimovibili all'occorrenza, che possano contenere lo svolgersi di diverse attività. Tali strutture sono nate e si stanno sviluppando maggiormente in America.

La loro dimensione, le strutture di copertura, la loro funzionalità o l'organizzazione dell'attività strettamente legata al massimo rendimento degli ingenti capitali investiti fanno di questi organismi qualcosa di unico rispetto alle tipologie di qualsiasi altro impianto sportivo. Questi stadi, come d'altra parte anche la maggior parte di quelli scoperti, possono ospitare da 50.000 a 70.000 spettatori, un numero abbastanza limitato rispetto agli stadi europei o sudamericani. Si riduce la capienza per motivi gestionali che determinano un dimensionamento non legato alle poche manifestazioni eccezionali ma soprattutto al ruolo economico che in questi casi negli USA recitano le diverse compagnie televisive.

Figura 25 - Progetto di Korzof dello "Stadio rosso internazionale" - 1925

Nella Russia rivoluzionaria la città diviene oggetto di celebrazione collettiva, l'avanguardia costruttivista traduce nell'architettura gli stimoli pittorici a livello tridimensionale, producendo complessi "oggetti architettonici" galleggianti sulle tumultuose onde del mare metropolitano. Macchine svettanti sulla città, i tralicci che compongono la nuova immagine urbana comprendono anche le attrezzature per lo sport, come in questa tesi di laurea di Korzov per le tribune del nuovo "Stadio rosso internazionale" di Mosca.


Figura 26 - Progetto di stadio nazionale di Le Corbusier - 1936

Il grande architetto svizzero si cimenta nella progettazione di un centro sportivo nazionale previsto per accogliere 100.000 spettatori . Ubicata nel bois de Vincennes parigino, la nuova "città dello sport" prevede, tra i vari impianti, un grande stadio pensato come un enorme anfiteatro. Le gradinate ricalcano infatti la forma del semianfiteatro greco, sviluppandosi secondo una circonferenza interrotta intorno al campo da gioco. La copertura flessibile e trasparente è sostenuta da un insieme di cavi ancorati ad un pilone inclinato ; soluzione che anticipa le moderne tensostrutture architettoniche.


Figura 27 - Stadio coperto di Dallas - 1969

Lo stadio coperto della grande città texana si inserisce nella moderna tradizione dei grandi impianti sportivi statunitensi. Capaci di ospitare dai 70.000 ai 100.000 spettatori, questi grandi contenitori architettonici sono caratterizzati da ardite soluzioni per le ampie coperture integrali, possibili poiché la normativa U.S.A. accetta il campo di gioco in erba sintetica


 

1.5 - Lettura soggettiva dello Stadio di Varese


Figura 28 - Vista dello stadio di Varese

Figura 28b - Progetto per lo stadio di Varese dell' Arch. Luigi Vermi

"In tempi remoti si giocarono partite sul campo di Casbeno poi su quello costruito nel recinto dell'ippodromo delle Bettole".

Per avere a Varese uno stadio per il calcio bisogna attende il 1925, l'anno prima che Varese venisse proclamata capoluogo di provincia. Nel 1930 il nuovo stadio venne fornito di una pista di atletica e, sette anni dopo, di una pista ciclistica. Nel dopoguerra continuarono i lavori di ampliamento con la costruzione della tribuna dei vip. Nel 1949 lo stadio fu intitolato a Franco Ossola, un giocatore varesino scomparso in quell'anno nell'incidente aereo di Superga in cui perirono i giocatori della squadra del Torino. Nel 1967 due imprenditori varesini donarono i quintali di cemento necessari per costruire le gradinate che dovevano unire le due curve. Lo stesso anno, per festeggiare il cinquantesimo della nomina a capoluogo di provincia di Varese, l'Azienda Autonoma di Soggiorno di Varese affidò all'architetto Luigi Vermi un progetto di sistemazione urbanistica della zona adiacente lo stadio presso cui, nel frattempo, era sorto l'impianto sportivo per la pallacanestro. Tale progetto prevedeva l'inserimento di un impianto polivalente che potesse ospitare un campo da hockey su ghiaccio ( che potesse trasformarsi, tramite allagamento della cavea, in una piscina ), poi una vasca per tuffi e una pista olimpionica per gare di velocità.

Il progetto che non venne realizzato prevedeva altresì una pista per pattinaggio, saloni per ritrovo, bar, sala stampa e un parcheggio.


Figura 29 - Planimetria

 

Figura 30 - Stadio di Varese sviluppato tramite elaboratore.

Figura 31 - Modello dello Stadio di Varese : rendering

Figura 32 - Veduta dell'interno rielaborata al computer